ʿUmar Khayyām

XXXI Quartina

 

al centro della terra m’innalzai fino alla settima porta,

e mi sedetti sul trono di Saturno,

Lungo la strada sciolsi molti nodi,

Ma non il nodo della morte e del destino.

 

L’autore di questi versi é Omar Khayyàm uno dei personaggi più eminenti della tradizione Sufi vissuto in Persia e morto intorno al 1122, fu matematico e astronomo oltre che poeta. la traduzione dal persiano che abbiamo utilizzato é quella di Edward FitzGerald nella

sua prima stesura, che comprendeva solo 75 quartine.

L’autore in questa quartina traccia una sorta di analogia tra il microcosmo e il macrocosmo, infatti se andiamo a consultare sia i trattati di Yoga che quelli sufi, oltre che di altre tradizioni, leggiamo che la spina dorsale, o per meglio dire il suo doppio astrale é considerato l’asse del mondo. In questo asse vi sono sette stazioni, sette centri, ed il plesso coccigeo é il centro spirituale più basso. Esso viene assimilato alla Terra, ed é la prima porta che la coscienza interiorizzata si trova ad attraversare per salire e raggiungere la coscienza cosmica che si localizza in una particolare regione del cervello, sede e trono di Saturno. Il trono sta ad indicare la dimora della coscienza e della vita dell’essere oltre che simbolo di conoscenza e di saggezza. Gli altri centri sono il centro sacrale, il plesso solare poco sotto l’ombelico, il centro del cuore, e il centro tiroideo. Ognuno di questi corrisponde ad un pianeta.

Nella filosofia pitagorea così come in quella mitriaca si insiste molto sul parallelismo tra le iniziazioni e il ciclo del cosidetto “Grande Anno”. Anche qui troviamo sette stazioni, sette chiese sette prove.

Cosa vuol dire tutto ciò?

Vuol dire che l’essere umano durante la vita, in seguito a successive iniziazioni acquisisce diversi livelli di conoscenza, sette appunto, indicati ciascuno con il nome di un pianeta e della divinità corrispondente, e la più elevata é Saturno. Man mano che procede nelle iniziazioni gli vengono rivelati segreti e conoscenze riservati a pochi. Dopo la morte l’anima sale stabilmente, a seconda del livello raggiunto nella vita, nella sfera del pianeta corrispondente, per poi rinascere dopo un certo tempo nuovamente sulla terra. Tutto questo si ripeterà fino al giorno in cui non desidererà più la vita materiale e non avrà espiato le proprie colpe, solo allora potrà uscire dal cosmo per ricongiungersi con l’assoluto.

L’iniziazione permette di accelerare questo processo. Il poeta in questa quartina lamenta di aver quasi raggiunto il massimo livello evolutivo ma di non essersi ancora liberato del fardello del Karma o destino e quindi di essere ancora schiavo del mistero della morte.

 

XI Quartina

Un pane, una fonte,

un ombra e gli occhi tuoi,

non v’è sultano di me più felice,

ne mendico che sia di me più triste.

 

Il poeta scrive questa quartina con un duplice significato, uno strettamente mistico operativo, perché nel deserto del più profondo silenzio interiore in cui è scomparsa la folla tumultuosa dei desideri e si é scelta la semplicita della vita, rinunciando alla mondanità; in cui si comunica con l’amato supremo. Quando come dice Meister Eckhart l’occhio con cui vediamo Dio é lo stesso con cui Lui vede noi, nel massimo dell’esaltazione mistica comunque rimane un fondo di incompletezza per la mancanza della completa reintegrazione.

Il secondo significato è che nella natura umana é insito un effetto particolare che anche nella profonda gioia esiste una parte di mestizia e nella tristezza esiste una parte di letizia, la reintegrazione dell’uomo totale passa per la reintegrazione dei due opposti.

Poi comunque é una bellissima poesia per una bellissima donna.

'Umar Khayyām

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