Il Nodo e il Labirinto

riginariamente si chiamava labirinto il palazzo cretese di Minosse, dove era rinchiuso il Minotauro, e da dove Teseo uscì con l’aiuto del filo d’Arianna. Esso quindi ha come elementi essenziali la complicazione della sua pianta e la difficoltà del percorso: il labirinto è essenzialmente un intersecarsi di vie alcune senza uscita che costituiscono dei vicoli ciechi attraverso i quali si deve scoprire la via che conduce al centro, l’essenza stessa del labirinto è di circoscrivere in uno spazio più piccolo possibile il groviglio più complesso di sentieri e di ritardare così l’arrivo del viaggiatore al centro che vuole raggiungere. Questo tracciato complesso ci dice Virgilio era disegnato sulla porta dell’antro della sibilla Cumana, quello da dove si entrava nell’Ade. Esso era inciso sul pavimento delle cattedrali; era danzato in diverse regioni, dalla Grecia alla Cina; era conosciuto in Egitto. Frequentemente associato con la caverna, il labirinto deve ad un tempo permettere l’accesso al centro attraverso una sorta di viaggio iniziatico e vietarlo a quelli che non sono qualificati. In questo senso si è accostato il labirinto al mandala che talvolta ha un aspetto labirintico. Si tratta dunque di una rappresentazione di prove iniziatiche, discriminatorie e preliminari al cammino verso un centro nascosto.

Si dice che i labirinti incisi sul pavimento delle cattedrali erano ad un tempo la sigla delle confraternite iniziatiche dei costruttori e il sostituto di pellegrinaggi in terra santa. Questo perchè il centro della cattedrale era assimilato al centro del tempio di Gerusalemme. L’eletto arrivava al centro del mondo o il simbolo di questo centro. Il credente invece che non poteva compiere il vero pellegrinaggio si accontentava di percorrere nell’immaginazione il labirinto fino a che arrivava al centro, ai luoghi santi. Un pellegrinaggio vicario famoso era quello che si percorreva in ginocchio lungo i duecento metri del labirinto della cattedrale di Charter. Il labirinto annunzia la presenza di qualcosa di prezioso o di sacro. Esso può avere una funzione militare per la difesa di un territorio, un villaggio, una città, una tomba, un tesoro, non permette l’accesso se non a quelli che ne conoscono la pianta, agli iniziati. Ha una funzione religiosa di difesa contro gli assalti del male. In Cina i vialetti davanti le case sono sempre di forma sinuosa, perchè c’è la credenza che il drago del male può camminare solo dritto e quindi non percorre strade curve. Il male non è soltanto il demonio, ma anche l’intruso, colui che è pronto a violare i segreti, il sacro, l’intimità dei rapporti con il divino. Il centro che il labirinto protegge, sarà riservato all’iniziato, a colui che attraverso le prove dell’iniziazione (i circuiti del labirinto) si sarà mostrato degno di accedere alla rivelazione misteriosa.

Una volta giunto al centro è come consacrato, introdotto negli arcani, legato dal segreto. I rituali labirintici sui quali si fonda il cerimoniale di iniziazione, hanno giustamente per oggetto di insegnare al neofita nel corso stesso della sua vita di quaggiù, il modo di penetrare senza disperdersi nei territori della morte (che è la porta di un’altra vita). In un certo modo l’esperienza iniziatica di Teseo nel labirinto di creta equivale alla ricerca delle mele d’Oro del giardino delle Esperidi o del vello d’Oro. Ciascuna di queste prove conduceva a penetrare vittoriosamente in uno spazio difficilmente accessibile e ben difeso nel quale si trovava un simbolo più o meno trasparente della potenza, della sacralità e dell’immortalità. Il labirinto potrebbe avere anche un significato solare per la doppia scure della quale sarebbe il palazzo, e che è incisa su molti monumenti minoici. Il toro chiuso nel labirinto è anch’esso solare, e qui forse rappresenta la potenza reale, il dominio di Minosse sul suo popolo. Mentre i gradini a spirale dello ziggurat sono la proiezione tridimensionale di un dedalo elicoidale, il nome stesso del labirinto, “Palazzo della scure”, ricorda che a Cnosso l’abitazione mitica del Minotauro era soprattutto il santuario della doppia ascia, emblema della regalità, Cioè del fulmine arcaico di Zeus-Minosse.

Nella tradizione cabalistica ripresa dagli alchimisti, il labirinto svolgerebbe una funzione magica e sarebbe uno dei segreti attribuiti a Salomone. È per questo che il labirinto delle cattedrali, serie di cerchi concentrici interrotti in certi punti, in modo da formare un tragitto bizzarro e inestricabile, sarebbe chiamato labirinto di Salomone. Secondo gli alchimisti sarebbe un’immagine del lavoro intero dell’Opera, con le sue difficoltà maggiori; quella della via da seguire per raggiungere il centro dove avviene il combattimento tra le due nature; quella del cammino che l’artista deve percorrere per uscirne. Questa interpretazione si ricollegherebbe a quella delle dottrine ascetico-mistiche: concentrarsi su se stessi, attraverso i mille cammini delle sensazioni, delle emozioni e delle idee, sopprimendo ogni impedimento all’intuizione pura e ritornare alla luce senza smarrirsi nei giri del labirinto. L’andata e il ritorno nel labirinto sarebbe il simbolo della morte e della risurrezione spirituali. Il labirinto conduce anche all’interno di se stessi, verso una sorta di santuario interiore e nascosto, nel quale si trova la parte più misteriosa della persona umana. Si pensi alla mens, al tempio dello spirito santo nell’anima in stato di grazia o ancora alle profondità dell’inconscio.

Questi non possono essere raggiunti dalla coscienza se non in seguito a lunghi giri o a una intensa concentrazione, fino all’intuizione finale dove tutto si semplifica come per una illuminazione. E’ in questo luogo segreto che si ritrova l’unità perduta dell’essere che si era dispersa nella moltitudine dei desideri. L’arrivo al centro del labirinto come al termine di una iniziazione, introduce in una dimora invisibile che gli adepti hanno sempre lasciato nel mistero, o meglio che ciascuno poteva immaginare secondo il proprio intuito o le sue affinità personali. Il labirinto sarebbe una, combinazione dei due motivi della spirale e della treccia ed esprimerebbe la volontà di raffigurare l’infinito sotto i due aspetti che esso riveste per l’immaginazione dell’uomo, cioè l’infinito perpetuamente in divenire della spirale, che, almeno teoricamente può essere pensata senza compimento e l’infinito dell’eterno ritorno raffigurato dalla treccia. Più il viaggio è difficile, più gli ostacoli sono numerosi e ardui, più l’adepto si trasforma e nel corso di questa iniziazione itinerante acquista un nuovo sè. La trasformazione dell’io che si opera nel centro del labirinto e che si affermerà nel grande giorno alla fine del viaggio di ritorno al termine del passaggio dalle tenebre alla luce, contrassegnerà la vittoria dello spirituale sul materiale, e nello stesso tempo dell’eterno sul caduco, dell’intelligenza sull’istinto, del sapere sulla violenza cieca.

Per concludere parleremo di un labirinto molto particolare quello che va sotto il nome di “Nodo di Salomone”. Esso, dal nostro punto di vista, è la fase successiva alla conquista del centro del labirinto ed è una raffigurazione del divino. E’ presente come decorazione ubiquitariamente in tutto il mondo fin dall’antichità. Lo troviamo nei templi indiani come simbolo di Shiva il dio della trasformazione, spesso con una svastica iscritta nel suo interno, che ne rappresenta il completamento. (naturalmente non si tratta della svastica rovesciata dei nazisti, che avevano capovolto il simbolo originale, come se dei cristiani usassero come simbolo il crocefisso capovolto). Lo troviamo nelle costruzioni minoiche di seimila anni fa, in quelle di Malta e nell’antica Roma, nelle sinagoghe ebraiche e nei templi cristiane. San Bernardo lo faceva incidere nelle sale capitolari dei suoi conventi, per cui il Priore ogni volta che doveva prendere una decisione aveva davanti a se il simbolo dell’eternità. I cristiani dei primordi lo incidevano nelle catacombe prima e sui mosaici e nei codici miniati dopo. Oggi però che se ne è perso il significato, tende a passare inosservato come una decorazione qualunque.

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