La Benda e i Cappucci

La benda

a benda è simbolo d’accecamento quando è posta sugli occhi; ma anche di imparzialità. Temi dea della giustizia, ha gli occhi bendati per indicare che non favorisce nessuno e non conosce coloro che giudica. Anche Eros è così rappresentato a significare che l’amore colpisce senza vedere. La benda è posta anche sugli occhi della dea che rappresenta la fortuna, perché le ricchezze vengono distribuite a caso.

Nel Medioevo il popolo ebreo, nel suo complesso, era raffigurato come una donna “la Sinagoga”, rappresentata con gli occhi bendati per indicare il suo accecamento (non avendo saputo vedere in Gesù il Messia).

Sul piano esoterico gli occhi posseggono il senso di ritiro interiore, di contemplazione. Gli occhi sono chiusi anche alla cupidigia e alla curiosità.

La benda di tela delle monache sta ad indicare la cecità che dovrebbero avere nei confronti del mondo e, positivamente, l’atteggiamento di meditazione e di concentrazione spirituale.

Il simbolismo della benda, utilizzata nell’iniziazione massonica è di una tale evidenza che c’è appena bisogno di commentarlo: la benda del mondo profano copre gli occhi del postulante, toglierla equivale a ricevere la luce (letteralmente all’illuminazione spirituale).

Coloro che entrano nella associazioni massoniche giovanili che sono di solito figli di massoni, vengono chiamati a seconda delle obbedienze: ulivelle o lupetti. La benda dei lupetti, alla loro iniziazione è traslucida perché essi non provengono direttamente dalle tenebre esterne ma da un ambiente che riceve qualche riflesso della conoscenza iniziatica (Boucher Jules, La simbologia massonica, Roma 1974).

I riti egizi di mummificazione comportavano un’operazione che consisteva nel fasciare strettamente il cadavere con bende di lino bianco. In tal modo, le bende hanno un duplice significato simbolico. Rappresentano innanzitutto la rete di fluido vitale che circonda il cosmo, e poi la veste di luce, la resurrezione dopo l’ipnosi della morte, che è un periodo d’incubazione e di germinazione (de Champeaux G. Introduction au monde des symboles, Paris 1966, pag.77).

La cecità fisica è segno di preveggenza. Ma la preveggenza, indica un legame con la divinità, con un mondo unitario nel quale presente, passato e futuro non sono cronologicamente separabili. L’assenza di tempo è proprio il carattere principale del mondo dei morti. La cecità dei vivi corrisponde alla veggenza dei morti; così come, la visione della divinità acceca e, talvolta, uccide gli umani.

Virgilio, accompagnando Dante nel suo viaggio nell’oltretomba, narrato nella Divina Commedia, non pago di aver fatto voltare il capo al Poeta, gli copre anche gli occhi con la mano. L’iniziando, dunque, cerca la Luce ed è cieco, ma la benda lo preserva anche da una Luce che potrebbe mettere in pericolo la sua stessa vita, e la sua salute mentale.

 

Il Cappuccio

Nel Tempio l’iniziando non più bendato vedrà, con l’apparire della Luce, i fratelli in Loggia ma ora sono loro ad essere incappucciati. Recita il rituale: “Profano, vedete le punte delle spade rivolte verso di voi? Esse simboleggiano la difesa che avrete da tutti i Fratelli se rimarrete fedele al giuramento e, qualora voi mancaste, la loro solidarietà nel punirvi”.

Chi sono questi fratelli incappucciati, che si rivelano armati al profano? Sono coloro che, essendo già stati iniziati, sono già morti e rinati, ossia possono comunicare con l’uno e l’altro mondo. Tenebre e Luce, morti e vivi, l’analogia appare scontata. Al sorgere della Luce il Tempio si illumina, i cappucci cadono ed i morti risorgono; l’iniziato torna nel mondo dei vivi.

Il cappuccio è evidente segno del regno dei morti. Coprire il viso ai morti sembra, e non è, un gesto naturale. Molti personaggi tra cui Socrate, di Pompeo, di Cesare si racconta che si velarono il capo prima di morire. Questo gesto è stato ricondotto (forse un pò semplicisticamente) al bisogno di separare simbolicamente il sacro dal profano. Velati, perché assimilati ai morti, erano coloro che, secondo l’antico costume italico detto vera varum (primavera sacra), venivano mandati a fondare una colonia compiendo un voto fatto alla nascita, vent’anni prima. Nell’antico diritto irlandese, chi non assolveva al dovere di coprire il volto di un morto con un panno, veniva colpito dal bando. Nella mitologia greca come in quella germanica, berretti e cappucci hanno una valenza magica e donano l’invisibilità, perché aprono il passaggio con il mondo dei morti.

L’associazione tra maschere e spiriti dei morti è pressochè universale e se ne trova traccia anche in via filologica. In latino larva (la pallida immagine del defunto) designa entrambi; nel Medioevo Iarvatus è colui che indossa una maschera o che è posseduto dai demoni. “Masca”, un termine usato già nell’editto di Rotari (643 d.C.) e passato poi nei dialetti dell’Italia settentrionale, significa strega. Nei sabba per tradizione si andava mascherati.

Il mantello col cappuccio (in latino cucullus, parola di origine celtica) è un abito frequente in Gallia ed esistono molte raffigurazioni di personaggi che lo indossano, compresi alcuni personaggi mitologici (Genius Cucullatus). Il dio irlandese Dagda ha un cappuccio che assomiglia molto a quello di Sigfrido nell’anello dei Nibelunghi, cioè al mantello che rende invisibili. Secondo il racconto celtico “Il Furore degli Ulati”, il protagonista, l’invisibile Dagda, indossa uno sull’altro sette cappucci, per coprirsi la testa durante i combattimenti. E’ molto diffusa la tradizione di dei, eroi, geni, demoni e streghe incappucciati. Parsifal, armato di due capri, porta il berretto a punta dei Cabiri (divinità ctonie dell’antica Grecia)

Per C. G. Jung, il cappuccio rappresenta simbolicamente la sfera più elevata, il mondo celeste, come la campana, la volta e il cranio; coprirsi la testa significa, più che divenire invisibile, sparire e morire. Nelle cerimonie iniziatiche di molte tradizioni, i partecipanti apparivano spesso con la testa coperta da un velo o da un cappuccio.

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